Negli ultimi anni, e soprattutto nel corso del 2026, stanno diventando sempre più popolari le Food Delivery app. Queste applicazioni, in accordo con attività commerciali di vario genere, permettono di gestire gli ordini e le consegne di prodotti che vanno da quelli alimentari dei supermercati, a quelli biologici, oppure realizzati da ristoranti, fast food e così via.
Queste applicazioni sono molto utilizzate in quanto sempre più persone oggigiorno hanno bisogno di avere qualcuno che gli porti a casa prodotti di vario genere, in quanto impegnate con il lavoro o semplicemente con poca voglia di uscire a fare delle commissioni.
Avviare un business in questo settore oppure operare in franchising con brand che prevedono il food delivery app può essere una buona soluzione. Scopriamo insieme, come funziona il Food Delivery e quali sono i possibili guadagni.
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Cos’è e come funziona il Food Delivery
Prima di vedere cos’è e come funziona un’app di Food Delivery, vale la pena capire quanto stia crescendo questo settore e perché investirci può rivelarsi una scelta interessante.
I numeri parlano chiaro. Secondo la ricerca NetRetail presentata al Netcomm Focus Food & Grocery, nel 2026 gli italiani che acquistano cibo online sono 15,1 milioni, poco più di un terzo della popolazione digitale. Di questi, 9,9 milioni fanno la spesa alimentare sui portali della grande distribuzione, 6,8 milioni ordinano tramite servizi di consegna a domicilio e 4,2 milioni comprano prodotti enogastronomici.
Nel complesso il comparto vale 5,1 miliardi di euro, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Il dato più interessante per chi guarda a questo mercato è però un altro: quasi la metà di quel valore, il 47%, arriva proprio dal Food Delivery. È il segmento che traina l’intero settore, e questo spiega perché lo spazio per nuovi progetti resti ampio.
Ma cos’è esattamente il food delivery? Alla base c’è un’app dove gli utenti si registrano, scelgono cosa vogliono e se lo fanno arrivare a casa: colazione, pranzo, cena, ma anche la spesa della settimana, i detersivi, il pane del forno sotto casa. Tutto quello che di solito si compra nei negozi di quartiere. L’applicazione va sviluppata per iOS e per Android, senza scorciatoie: chi ne pubblica una sola taglia fuori metà degli utenti possibili.
Ma il lavoro tecnico è metà dell’opera. L’altra metà è commerciale e riguarda i partner da mettere in catalogo: bar, ristoranti, gastronomie, supermercati. Vanno contattati uno ad uno, convinti a iscriversi e messi in condizione di gestire gli ordini che arrivano. Un’app fatta bene ma con dieci locali dentro non serve a nessuno.
C’è poi una scelta da fare sulle consegne. La prima opzione è lasciarle in carico ai singoli esercenti, la seconda è assumere dei rider propri, che passano a ritirare negli esercizi convenzionati e portano l’ordine al cliente. Questa seconda strada costa di più e si gestisce con più fatica, però dà ai ristoratori un servizio chiavi in mano e soprattutto lascia a te il controllo sui tempi di consegna. Nel food delivery i minuti contano.
Ultimi due aspetti, meno appariscenti ma decisivi. I pagamenti online devono funzionare in modo rapido e sicuro, e conviene comunque tenere attivo anche il contante alla consegna, visto che una fetta di clienti lo preferisce ancora. Serve infine un sistema di recensioni: aiuta chi ordina a scegliere tra i locali disponibili e tiene sotto pressione gli esercenti sulla qualità.
Come aprire un’attività di Food Delivery: iter burocratico
Mettere in piedi un’attività di consegne a domicilio, che si scelga di partire da soli o di appoggiarsi a un franchising, comporta lo stesso percorso burocratico previsto per chi opera nei servizi e nell’intermediazione.
Nel concreto significa:
- Aprire la partita IVA, scegliendo il regime fiscale e contabile più adatto al volume d’affari previsto.
- Iscriversi al Registro delle Imprese della Camera di Commercio.
- Presentare la SCIA al Comune prima di iniziare a operare.
- Aprire le posizioni INPS e INAIL.
- Stipulare le coperture assicurative e definire i contratti per corrieri e rider.
- Rispettare le normative igienico-sanitarie legate al trasporto di alimenti.
- Procurarsi eventuali attestati o autorizzazioni specifiche, che variano a seconda dei prodotti e dei servizi trattati.
Un commercialista è praticamente obbligatorio, ma conviene anche fare un giro allo SUAP del proprio Comune: le prassi cambiano da territorio a territorio e sentire direttamente l’ufficio competente evita brutte sorprese a metà strada. Chi entra invece in un franchising trova già pronta questa parte, con la casa madre e i suoi consulenti che seguono passo dopo passo l’apertura.
Sul piano personale non servono titoli particolari. Nessuna licenza specifica, nessun requisito professionale, e neppure un’esperienza precedente nel settore o nell’imprenditoria, anche se ovviamente averla aiuta.
Quello che serve davvero viene dopo, e riguarda principalmente la costruzione del servizio: convenzionare i locali della zona, mettere insieme una rete di rider affidabili, sviluppare il sito e l’app.
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Aprire un’attività di Food Delivery da soli o in franchising
Chi vuole avviare un’attività di Food Delivery ha davanti due strade: partire da soli oppure affiliarsi a un franchising. La prima opzione richiede di occuparsi di tutto in prima persona:
- Sviluppare l’applicazione da zero, nelle versioni per iOS e per Android.
- Promuoverla sui social, su Google e anche offline, geolocalizzando il servizio sulla città o sul territorio in cui si opera.
- Incontrare una a una le attività della zona per convincerle ad aderire, chiudendo contratti e accordi commerciali.
- Reclutare e coordinare i rider, se si decide di gestire le consegne internamente.
Completato anche l’iter burocratico, il servizio può partire a tutti gli effetti. Il punto critico, però, sono i costi: sviluppare un’app funzionante e farla conoscere richiede l’intervento di più professionisti, tra sviluppatori, grafici e consulenti marketing, e l’investimento iniziale può diventare rilevante.
Il franchising rappresenta la soluzione per abbassare i costi e avviare in tempi brevi la propria attività. In questo caso ci si affilia a un marchio già avviato, nazionale o internazionale, e si prende in gestione una città o una zona specifica. L’applicazione e il gestionale sono quelli della casa madre, mentre ordini e consegne restano sotto il controllo dell’affiliato.
I vantaggi del franchising sono soprattutto: tempi di apertura più rapidi, costi iniziali contenuti, una struttura operativa già collaudata e la spinta pubblicitaria del marchio, che sul mercato locale fa la differenza rispetto a un nome sconosciuto.
Quanto e come si guadagna con il food delivery app?
Quantificare con precisione i guadagni di un’app di food delivery è quasi impossibile, perché il risultato dipende da troppe variabili.
Pesano il bacino di utenza del territorio in cui si opera, il numero di attività convenzionate, la visibilità che si riesce a costruire con la pubblicità, la frequenza degli ordini e, sul fronte opposto, i costi fissi di gestione.
Una piattaforma attiva in un capoluogo con duecento locali a catalogo e una in un centro di ventimila abitanti con quindici ristoranti convenzionati sono due attività che possono inevitabilmente portare guadagni differenti.
Molto più chiaro, invece, è il meccanismo con cui si genera il fatturato, che adesso vediamo nel dettaglio.
La prima, e di gran lunga la principale, è la commissione che ottieni sugli ordini, infatti ogni locale iscritto riconosce alla piattaforma una percentuale su quanto vende attraverso l’app. È la voce più rilevante in quanto: una commissione troppo bassa non copre i costi, una troppo alta potrebbe spingere i ristoratori a rinunciare o a rialzare i prezzi del menu online, penalizzando le vendite.
Un’altra voce importante è il costo di consegna a carico del cliente, si tratta di un sovrapprezzo contenuto, spesso variabile in base alla distanza o all’importo dell’ordine, che serve a coprire il lavoro dei rider e a generare un margine sul singolo servizio. Molte piattaforme lo azzerano sopra una certa soglia di spesa, usandolo come leva per aumentare il valore medio del carrello.
Poi c’è l’abbonamento richiesto agli esercenti, al posto della sola commissione, o in aggiunta a essa, si può prevedere un canone mensile fisso per la presenza in catalogo, la gestione della vetrina digitale e l’accesso al gestionale ordini. È una formula che dà maggiore prevedibilità agli incassi, soprattutto nei mesi di bassa stagione.
Infine, spesso la più sottovalutata, è la pubblicità interna alla piattaforma, le posizioni di rilievo nella home, la comparsa tra i risultati sponsorizzati, l’inserimento nelle campagne promozionali o nelle newsletter agli utenti sono spazi che i locali sono disposti a pagare, sulle piattaforme più strutturate questa voce arriva a incidere in misura significativa sui ricavi complessivi.
A tutto questo si può aggiungere un abbonamento rivolto agli utenti finali, che in cambio di una quota mensile ottengono consegne gratuite o scontate. È una soluzione che funziona solo con una base di clienti già ampia e abituata a ordinare con regolarità, quindi difficilmente praticabile nella fase di avvio.
Dal lato dei costi, infine, vanno messi in conto lo sviluppo e la manutenzione dell’app, i compensi dei rider, le commissioni sui pagamenti elettronici, le assicurazioni e il budget pubblicitario, che nei primi mesi è quasi sempre la voce più importante da sostenere. Per quanto riguarda i guadagni, il reale si misura solo dopo aver sottratto le spese, ed è il motivo per cui molte piattaforme raggiungono il pareggio solo dopo che hanno superato una certa soglia di ordini giornalieri.





















